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LA STORIA

G. A. CIBOTTO

 NEL SEGNO DELLA GRANDEZZA

C’era una volta una filodrammatica parrocchiale, si può dire cominciando a parlare della formazione che ormai da tanti anni sventola la bandiera del teatro nel paese amato su tutti da Giovanni Comisso (che ne ha cantato in pagine di squillante felicità espressiva i luoghi deputati, i personaggi, i miti che resistono al tempo). Infatti i primi tentativi compiuti nella stagione anteguerra, vedevano aggirarsi in palcoscenico soltanto uomini, costretti a fare miracoli perché gli spettatori dimenticassero che le donne erano tenute fuori dalla porta. Per fortuna il repertorio era formato di drammi patriottici e di farse sgolate, e fra lacrime e risate nessuno trovava da ridire.

Questo fino al dopoguerra, esattamente al 1945, allorché un giovane professore contagiato dal virus del teatro, incoraggiato dal fervore di un gruppo di volonterosi ha deciso di dare vita alla Piccola Ribalta. Un’impresa non facile, causa la mancanza di uno spazio dove provare, lo scoglio rappresentato dalle cantilene del dialetto locale, e più ancora il vizio di ripetere schemi interpretativi di moda nel famoso periodo dei telefoni bianchi.

Per fortuna Nicola Mangini ha fatto da argine a tutte le ondate negative, e già nel mese di dicembre andava in scena una commedia fortunata, Il profumo di mia moglie, cui seguivano in un crescendo di entusiasmo Gli ultimi cinque minuti e Due dozzine di rose scarlatte.

L’eco del successo ha fatto arrivare alla compagnia decine di inviti dai luoghi più impensati, dove il testo più fortunato di Aldo De Benedetti ha ottenuto gli applausi che gli venivano negati altrove per una sorte di beffa del destino. Il fermento provocato dalle affermazioni ottenute in regione, ha logicamente richiamato nuove forze che hanno permesso all’appassionato regista di allargare il suo discorso, alternando recuperi (vedi La trilogia di Ludro del dimenticato Bon) a novità (come Il giro del mondo di Giulio Cesare Viola). Due brillanti risultati valsi a far crescere la fiducia, l’ottimismo, il piacere di fare, inducendo a scelte sempre più aderenti alle nuove istanze circolanti nell’aria.

Tutto lasciava sperare per il meglio, quando il precipitare di certe scadenze pratiche, aggravate dal disinteresse degli amministratori locali, ha scaraventato la barca dei comici nelle secche del disamore. Reso più grave dai trapassi generazionali, dalla sfiducia di chi non ha più avuto la forza di lottare contro una crisi dagli aspetti malinconici. C’è voluta una lunga pausa di silenzio prima che i soliti irriducibili, negli anni di grazia ’48-’49, provvedessero a ristrutturare la compagnia, a rastrellare nuovi volti nel mondo studentesco, a cercare occasioni di dialogo negli ambienti più impensati, dalle osterie alle palestre.

La ripresa comunque è stata lenta, e nonostante il mulinare degli allestimenti che tendevano a scavare nella miniera quasi inesauribile della tradizione veneta (da Gallina a Selvatico a Simoni a Cenzato l’occhio di Mangini ha sempre visto con chiarezza, illustrando sottolineando, talora esaltando risvolti in ombra, sfuggiti agli stessi esperti) riaffiorava ad intermittenze il dubbio circa la strada da battere. Tanto più che i giovani avvertivano il richiamo delle nuove tematiche imposte dalle formazioni maggiori elogiate a suon di aggettivi dalla stampa.

Insomma c’è voluto il “canto alto” delle Baruffe chiozzotte, allestite nello scenario incantevole di piazzetta XX Settembre, per dare a tutti la consapevolezza del grado di maturità raggiunto, e del come bisognava muoversi.

Tanto più che dopo mezzo secolo e passa d’incomprensione, nella festosa notte di settembre del ’54 veniva finalmente chiuso lo spinoso capitolo dell’incomprensione fra il copione malizioso di Goldoni e la rigidezza scontrosa dei vari Bellemo, Bullo ed epigoni, scesi in campo nella seconda metà dell’Ottocento a difesa delle loro concittadine ritenute bersaglio d’una satira ingiusta, cattiva. Purtroppo la fine dell’Università Popolare che era rimasta sempre vicina agli attori, e più ancora l’addio di Mangini passato ad insegnare nella rivale Venezia, ha fatto registrare dei bruschi contraccolpi che hanno avuto un peso non secondario nel faticato incontro fra i vecchi filodrammatici ed i rappresentanti delle ultime leve. Dal circolo culturale “Giuseppe Veronese”, che gli aveva affidato la direzione del cineforum, si era però affacciato con la sua inesauribile carica ammantata di bonomia il vulcano Brunello Rossi, che ha praticamente dato nuovo volto alla formazione.

Sono bastati infatti due anni per far nascere dalla sua fantasia l’idea del Piccolo Teatro, reso finalmente solido da un nuovo statuto e da un nuovo regolamento. Messe a posto le cose pratiche, Rossi ha iniziato la rilettura delle Baruffe che sera dopo sera hanno acquistato in ritmo, fusione, rispetto del testo, coralità. Non è stata una fatica lieve, tanto più che uno dopo l’altro sono venuti a mancare interpreti che avevano legato il loro nome ai momenti più significativi del gruppo lagunare, ma la tenacia e l’intelligenza del regista (degne dei fioriti corsivi di Eugenio Ferdinando Calmieri, abituato a nascondersi sotto lo pseudonimo “Belvedere”) hanno saputo sfruttare addirittura lo sgomento provocato dai vuoti.

Ed il premio d’una fiducia incrollabile è stato il clamoroso successo ottenuto a Pesaro, in occasione della Rassegna di teatro amatoriale.
Vale la pena di riportare la chiusa della relazione stilata dalla giuria, perché aiuta a capire  nella sua burocratica essenzialità “lo sbrego” operato dai chioggiotti: “ Anche se fuori concorso per una inesatta iscrizione - il regolamento della manifestazione escludeva i testi dialettali - la Commissione giudicatrice non può tacere sullo spettacolo offerto dal gruppo di autentici chioggiotti che hanno presentato una edizione schietta del capolavoro Goldoniano Le baruffe chiozzotte. Vivacità, colore e ritmo hanno caratterizzato questa fresca prestazione, che è apparsa gioconda senza mai un attimo di pausa, ottimamente orchestrata nel suo aspetto dinamico, quanto nelle intonazioni acutamente disciplinate, così da ottenere uno spettacolo completo, di totale soddisfazione visiva, popolaresca e intellettuale insieme. Tutti hanno contribuito alla riuscita di una esecuzione che non potrà essere facilmente dimenticata e che la giuria lamenta di non aver potuto includere prima in classifica”.

Chi ha dimestichezza con la provincia e le sue altalenanti cadenze sospetterà che, dopo il trionfo del ’66, regista ed attori abbiano riposato beatamente sui cosiddetti allori di scolastica memoria. Niente di più sbagliato, dato che il riconoscimento ha invece stimolato i protagonisti delle sorprendenti Baruffe a darsi un’immagine quasi professionistica. 

Prova ne sia che sono venute una dopo l’altra le affermazioni di Faenza, Macerata, Pordenone, ottenute sacrificando le ore dello svago, del riposo (non è un mistero che il Piccolo Teatro Città di Chioggia è formato di gente che durante la settimana lavora, per cui le prove devono essere fatte alla sera e le recite nei giorni di sabato e domenica). Ne abbiamo citate soltanto alcune, non volendo indulgere al gusto dell’elencazione, ma il lettore non stenterà a capire il senso di un discorso teso a rendere evidenti le sfumatura più sottili di un testo soccorso dal dono del movimento corale, talmente orchestrato da fare colpo sui pubblici stranieri. 

Dal Belgio alla Germania, dall’Inghilterra alla Svizzera è stata una pioggia di consensi festosi quella che si è abbattuta su Rossi e compagni, culminata nel trionfo del 1977 al Festival mondiale di Monaco. Dove è stato ufficialmente ribadito quanto avevano già segnalato alcuni critici avvertiti. Cioè Le Baruffe, commedia goldoniana “tra le più storpiate e resa anche dalle compagnie più affermate con grosse difficoltà, ottengono con gli attori chioggiotti quella autenticità e genuinità che è data non solo dalla maggiore aderenza alla lingua del testo, ma anche dalla immedesimazione spontanea che avviene sul palcoscenico dove l’attore presenta una parte di se stesso e della propria storia”.

Insomma dopo le famose edizioni curate da Baseggio e da Strehler, un po’ tutti hanno dovuto riconoscere che la briosa freschezza e la spigliata naturalezza di Gamba e delle sorelle Ardizzon era una musica piena di fascino  e d’incanto.

E assai bene ha scritto l’estensore del numero unico apparso in occasione del trentesimo anno di vita della stabile lagunare, che “ Al di là e oltre la caratterizzazione dei singoli personaggi indicanti una propria storia individuale e popolare, lo spettacolo dei chioggiotti fa trapelare un tempo storico universale che sottolinea alcuni tratti profondi della condizione in cui si svolge l’avventura umana e dell’universale immagine del sentimento umano”.

Una volta superata la porta angusta e stretta della notorietà, davanti alla formazione chioggiotta si annunciavano contratti da favola. Invece gli dei, come sempre impietosi, hanno voluto di nuovo mettere alla prova la qualità di un amore nutrito di sacrificio. Il fattaccio è accaduto la sera del 20 giugno 1979 che ha visto Brunello  Rossi congedarsi bruscamente dagli amici di tante sere vissute sognando ad occhi aperti. E’ stata una mazzata tremenda, che per alcuni mesi ha fatto temere il crollo di un palazzo costruito di mattoni impastati di poesia. C’è voluta la forza della moglie Franca e la saggezza dell’intramontabile Gamba per impedire che la lezione di Rossi diventasse ricordo lontano. Per merito loro vecchi e giovani si sono ritrovati ancora in palcoscenico a raccontare le storie di teatro uscite dalla fucina creativa di Goldoni, e la corriera del Piccolo Teatro Città di Chioggia ha ripreso a spostarsi lungo la penisola, sulle ali di un entusiasmo che pare ignorare la stanchezza.

Nello stesso tempo il gruppo si è prefisso di divulgare l’arte della recitazione in istituzioni pubbliche e intervenendo nelle scuole: liceo classico, scientifico, magistrale, scuole medie ed elementari.

Operando in questo modo il Piccolo Teatro si è sforzato di scoprire nuovi talenti destinati a rafforzare la formazione della compagnia, partecipando a festival nazionali e internazionali, mietendo successi di critica e di pubblico, come verificatosi al festival di Chieti nel 1985, di Arezzo nel 1985, Foggia nel 1987, Veneto Festival a Venezia nel 1989.

Per ben due volte il Piccolo Teatro ha oltrepassato l’oceano chiamato in Canada negli anni 1987 e 1991, e nel 1993 in Marocco per la rappresentazione della commedia Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, rispettivamente a Casablanca, Rabat e Tangeri.

Da evidenziare, inoltre, le trasferte internazionali effettuate a Londra, Manchester, Namur in Belgio, Parigi, due volte ad Amburgo e in altre località della Germania.

Nell’anno 1990, con eccezionale bravura e tenace destrezza il gruppo “Giovani” del Piccolo Teatro ha messo in scena Giallo di G. Ciardo e V. Signorile, testo rimaneggiato e opportunamente adattato da Franco Spadaro, da poco entrato a far parte del gruppo. riscuotendo meritati applausi nei vari teatri della penisola.

Agli inizi del 1993, il Piccolo Teatro Città di Chioggia ha sperimentato l’allestimento della commedia Le donne curiose in versione musicale con l’accompagnamento eseguito dal Gruppo cameristico veneto, diretto dal maestro Pietro Perini, il quale ha saputo brillantemente adattare la partitura di Wolf Ferrari alle capacità vocali del gruppo teatrale. Il tutto con l’ausilio prestigioso di Sebastiano Maria La Bruna, regista della commedia stessa.

Infine è stata la volta di Rosso, che ha praticamente laureato alla grande un gruppo di attori e attrici delle ultime leve.

tratto dal volume
 “Mezzo secolo di baruffe”
a cura di G.A. Cibotto
Marsilio Editore

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